04/11/2009 
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Galimberti: «Non siamo ancora fuori dal tunnel, ma la ripresa è a portata di mano»
L’innovazione nel Terziario fa crescere l’Italia
«Occorre sostenere le Pmi e il settore dei servizi»




Paolo Galimberti, presidente dei Giovani di Confcommercio: "È necessario ragionare sul medio termine, magari creando l’equivalente per il terziario del programma di governo Industria 2015. Un programma, diciamo Servizi 2020, che metta il mondo del terziario e dei servizi al centro delle politiche economiche del nostro Paese"


 

Innovazione, crescita, consumi. Nell’ordine scelto per accostare le tre parole, titolo del secondo Forum nazionale dei Giovani Imprenditori di Confcommercio, c’è già chiaro un giudizio che il popolo degli under 40 della Confederazione, guidati da Paolo Galimberti, ha fatto proprio e che assomiglia da vicino ad un indirizzo programmatico: l’innovazione spinge la crescita, che si realizza nell’aumento della qualità dei consumi. Proprio il Presidente Galimberti ci ha concesso un’intervista nella quale spiega con precisione e chiarezza i motivi della scelta dell’argomento del Forum, tenutosi alla metà di settembre a Venezia.

Presidente, nel suo discorso conclusivo al Forum di Venezia Lei ha dato molto rilievo alle politiche di sviluppo dell’innovazione non tecnologica. Che cosa significa fare innovazione, per il Terziario?
«Il 90% delle aziende italiane è formato da piccole e medie imprese, che garantiscono anche l’80% dell’occupazione italiana e che contribuiscono in maniera decisiva al prodotto interno lordo: nel 1970 il terziario produceva il 52% del Pil mentre oggi ne rappresenta oltre il 70%. Si capisce molto chiaramente che l’economia italiana poggia sulla grande risorsa delle Pmi, in particolare del terziario. Promuovere politiche di innovazione e promozione per il mondo dei servizi, quindi, significa aiutare l’intero sistema economico italiano. Il made in Italy, ad esempio, è un marchio d’eccellenza riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo, che potrebbe diventare un modello anche per il mondo dei servizi. Per fare innovazione, però, sono necessari investimenti».
«Oggi il sistema bancario ha stretto i lacci delle borse, rendendo molto difficile l’accesso al credito e creando una situazione paradossale: da una parte si richiede maggiore affidabilità, dall’altra si tolgono i mezzi necessari per innovarsi e svilupparsi. Occorre adoperarsi affinchè il sistema bancario non si tiri indietro bensì affianchi le Pmi nello sforzo di uscire dalla crisi».

Presidente, Lei sottolineava l’importanza del capitale umano e del problema della formazione: su questo l’Italia è davvero fanalino di coda in Europa?
«Nel mondo dei servizi, senza dubbio, un tipo di innovazione molto importante è quella del capitale umano, in grado di determinare in maniera straordinaria la qualità del servizio offerto. Bisogna che il Paese investa sul capitale umano perchè rappresenta il patrimonio più prezioso. Le aziende stanno facendo moltissimo, perchè hanno percepito da tempo il suo valore ma si scontrano con un grosso limite che è l’arretratezza del sistema educativo italiano. Attualmente il sistema universitario è impostato su un’economia di tipo manifatturiero, fermo a decenni fa. Il risultato è che abbiamo molti laureati incapaci di inserirsi nel mondo del lavoro, poichè saturo per la loro specializzazione, e molte aziende del terziario disponibili ad assumere persone qualificate che però non riescono a trovare. Le classifiche europee e mondiali ci dicono che il sistema universitario italiano - così come quello dell’istruzione secondaria - non è in buona posizione. Cito anche la formazione superiore poichè, ad esempio, la media degli anni di istruzione in Italia è agli ultimi posti in Europa, con 13 anni. E pensare che si è calcolato che se si riuscisse ad aumentare anche di un solo anno il livello di istruzione media del Paese, questo si trasformerebbe in un aumento dello 0,7% del PIL».

La crisi, pur nella lentezza della sua coda, sembra aver cominciato ad allentare la propria morsa anche sull’economia italiana. Ma, secondo Lei, è più corretto parlare di crescita vera e propria o di attenuazione della crisi?
«Per poter capire se possiamo dirci alla fine di questa crisi, vorrei scattare una fotografia, il più possibile oggettiva, della situazione economica del nostro Paese. Abbiamo una spesa pubblica elevata ed improduttiva; i costi della burocrazia non sono più sopportabili. Serve un taglio drastico della spesa improduttiva. L’Italia oggi ha bisogno di riforme strutturali, di liberalizazione. Oltre al deficit scolastico di cui abbiamo già detto, c’è anche quello delle infrastrutture: non solo le vie di comunicazioni materiali ma anche quelle immateriali. Oggi abbiamo bisogno di una ampia diffusione della banda larga che connetta l’intero sistema Paese».
«Non dimentichiamo che l’ultima fase espansiva della nostra economia risale agli anni Ottanta. Se ci compariamo all’Europa a 27, siamo messi male. Fatto 100 il PIL nel 1995, oggi l’Italia è a 107, ultima, dopo la Germania che però è distanziata di ben 9 punti, per non parlare dei Paesi dell’Est. La crisi può essere l’occasione per risolvere la distanza che si separa dalle principali economie occidentali. Non siamo ancora fuori, ma la ripresa è a portata di mano. Una serie di indicatori, come il superindice OCSE, ci dicono che l’Italia è il paese che si riprenderà meglio rispetto agli altri. E l’andamento delle borse e la fiducia dei consumatori sembrano confermare questa ipotesi».

Quindi possiamo guardare con fiducia ai prossimi mesi?
«Credo che un atteggiamento di sano ottimismo sia il migliore per ottenere i risultati prefissati. Ma sono preoccupato per il mondo delle Pmi che, in questo momento, sta soffrendo sicuramente moltissimo. Se fa clamore uno stabilimento che chiude, ahimé, non fa clamore la moltitudine di Pmi che non riesce a superare la crisi. È indispensabile dare un sostegno concreto, in questi mesi, alle Pmi e sostenere con forza il settore dei servizi, mettendo in campo interventi immediati e sul medio termine. Nell’immediato, occorre sostenere i consumi, andando a detassare i redditi da lavoro per far ripartire la domanda. Bisogna poi intervenire sul credito, per dotare le Pmi delle risorse necessarie a innovare e crescere».
«D’altra parte è necessario ragionare sul medio termine, magari creando l’equivalente per il terziario, del programma di governo Industria 2015. Un programma, diciamo Servizi 2020, che metta il mondo del terziario e dei servizi al centro delle politiche economiche del nostro Paese, con incentivi all’innovazione del terziario, con la riforma dell’educazione e della formazione. Dovrebbe identificare con il made in Italy il nostro mondo dei servizi, e prevedere specifici incentivi per i giovani che fanno impresa. Perché? I giovani sono innovatori per natura e perché sono i maggiori creatori di impresa: la mentalità del posto fisso ormai è finita, a favore del self employment. E anche perchè, in realtà, i giovani italiani sanno fare bene impresa, e questo lo dice l’Ocse: rispetto alla popolazione abbiamo la percentuale più alta di nuove imprese e nei primi tre anni di vita dell’impresa abbiamo il più basso tasso di mortalità».


 


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